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Paese

Dati Generali
Il paese di Santu Lussurgiu
Uno dei più caratteristici centri montani dell’Oristanese, Santu Lussurgiu si affaccia sul lato orientale del massiccio di origine vulcanica del Montiferru, noto per le colture di ulivo e per l’olio extravergine.Oggi vi abitano 3mila persone circa, dedite principalmente all’agricoltura, all’allevamento e all’artigianato. Quest’utima risorsa in particolare si sta trasformando in una carta vincente per l’economia locale e per la promozione del turismo: arte tessile, del legno, la produzione di attrezzature per cavalli e la realizzazione dei tipici coltelli a serramanico attraggono sempre più turisti in paese, accolti anche da una capillare rete di alberghi diffusi e bed & breakfast.Un rapido percorso in centro consente di ammirare diversi esempi di architettura religiosa: tra questi, la chiesa di Santa Maria degli Angeli (del Quattrocento) con altare e statue in legno, la chiesa di Santa Croce e la neoclassica parrocchiale di San Pietro. Da visitare anche il Museo della tecnologia contadina, ricavato in un’antica casa padronale settecentesca, che ospita diversi arnesi e attrezzature utilizzati in passato da allevatori e pastori locali. A pochi chilometri sopra il paese si trova la borgata montana di San Leonardo, ricca di boschi e sorgenti note per le loro qualità diuretiche, dove sono attivi diversi punti di ristoro e alloggio.
Il territorio di Santu Lussurgiu
Altitudine: 258/1050 m
Superficie: 99,67 Kmq
Popolazione: 2664
Maschi: 1285 - Femmine: 1379
Numero di famiglie: 969
Densità di abitanti: 26,73 per Kmq
Farmacia: viale Azuni, 135 - tel. 0783 550705 / via Azuni, 49- tel. 0783 552473
Guardia medica: via Degli Artigiani - tel. 0783 54700
Carabinieri: viale Asuni, 24 - tel. 0783 550622
Polizia municipale: tel. 0783 5519213

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Storia

LUSSURGIU (SANTU) [Santu Lussurgiu], grossa terra della Sardegna nella provincia di Cuglieri e nella prefettura di Oristano. Fu già compresa nel dipartimento di Monteferro in sulla frontiera con l’Arborea.

È capoluogo di mandamento, e comprende Bonarcado.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 7' 30" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 3° 28'.

Questo paese è posto nel cratere di un gran vulcano estinto già da tempo immemorabile. Pertanto è chiuso intorno da alti margini, salvo nella parte verso austro-sirocco. Non vi penetrano che i venti di questa parte, esclusi tutti gli altri, e accade per questo che nella estate vi si patisca un gran calore per la riflessione dei raggi, e nell’inverno si goda una mite temperatura, se non vi si diriga il vento da su le cime delle nevose montagne iliache. Le pioggie sono frequenti, e quando esse sono forti e continue, allora per la stessa forma del luogo, numerosi torrenti precipitati dalle rupi d’intorno, traggono nel paese ciottoli, tronchi e tutto il letame che i paesani sogliono ammucchiare nelle uscite del paese, disselciano le contrade e le lasciano poi fangose e imbarazzate.

Nell’inverno cade frequentissima la neve, e non si scioglie che tardi. Le nebbie coprono spesso il paese ne’ tempi umidi, e la grandine è più nociva che nelle terre limitrofe.

Comechè sia così poca la ventilazione, e il detto impedimento a venti sani, tuttavolta l’aria è di una somma salubrità, e questa ha sua ragione nell’altezza del sito, donde devono scorrere gli effluvii maligni, nella purezza e leggerezza delle frequentissime scaturigini, e nella superba vegetazione de’ castagneti che vestono le prominenze intorno il paese. Molti si dolgono della troppa umidità.

L’altezza di S. Lussurgiu nel piano della parrocchia (secondo i calcoli del cav. La Marmora) è di metri 502,30, nel piano della chiesa di s. Giuseppe di metri 575,50.

Le abitazioni in generale sono bene costrutte e comode, se non che hanno piccoli i cortili e gli orti, che nei villaggi sono membri necessarii per molti bisogni. Questo è cagionato dalla ristrettezza del luogo, dove si è voluto fabbricare il paese. Le strade sono tutte strette e tortuose.

Il lussurgiese avrà un’area di circa 20 miglia quadrate ed è per una metà quasi piano, nell’altra montuoso. Le roccie sono vulcaniche, e quelle sotto e intorno il paese porose e leggere.

A maestro e a tramontana del paese è un terrazzo di basalto, molto elevato e nell’inverno quasi sempre coperto di nevi, da cui pare che siano in massima parte riempite le vasche che alimentano le sorgenti, dalle quali è irrigato questo territorio: esso chiamasi Sos paris dess’ajana (i piani della fata). Per mezzo di un rialto a schiena, che va gradatamente elevandosi verso mezzogiorno, questo terrazzo resta congiunto ad altro più elevato, il cui punto culminante dicono Montiverru. Il cav. La Marmora ne computava l’altezza a metri 1049, 83, e vi ponea una piramide per la trigonometria del regno. Lo Smyta avealo calcolato a metri 852,21, ed è più ragionevole creder errate le cifre dell’inglese che non potè ripetere le operazioni, che quelle del primo che è solito procedere con una somma prudenza.

Innumerevoli sono le sorgenti del lussurgiese, che riunite in rivoli formano poco dopo sei fiumicelli.

Tra le più considerevoli sono le fontane di s. Leonardo, dette Siete-fuentes, che sorgono alla falda del primo de’ suddetti altipiani e congiuntesi poco dopo, formano il rio s. Leonardo, che solca in mezzo la Regia Commenda di s. Leonardo, e poi ingrossando da altre fonti inferiori nella regione Sas-rojas, entra nella regia montagna di Abbasanta, e traversa la Regia Tanca, procedendo sempre contro il levante; passa quindi nel territorio di Pauli-latinu e declinando verso austro va a scaricarsi nel Tirso tra Fordongianos e Villanova Truschedu, portandogli però poco tributo, perchè i salti, che traversa sono aridi, e se ne bevono gran parte.

Quasi in sul limite del territorio in prossimità a quello di Abbasanta e Pauli-latinu formasi un altro perenne ruscello dalle copiose sorgenti di Fontanaruos, Fontanachercu, e Sa Bubullìca. La prima è intermittente, perchè suol mancare nell’autunno, le altre indeficienti. Questo ruscello giova molto ai coloni di Pauli-latinu, il territorio de’ quali solca in tutta la lunghezza.

Pure alle falde del prenominato terrazzo verso il mezzogiorno sono le fonti, una detta di Pedralada, e due appellate di Mattalinos, che riunite, formano il rivo che è poco dopo nominato Riu mannu.

Un poco sotto le Mattaline scaturiscono in copia le acque di figubirde, e si uniscono al rio suddetto, il quale cresce pure delle fonti di Abbacirca, Procargius, Enaruia, e quindi nel sito detto Badolia cangia direzione per correre verso l’austro segnando col suo solcamento i limiti di Santulussurgiu e di Pauli-latinu, e riceve le acque deis bangius, tra le quali sono un po’ considerevoli quella che dicono Su sauccu dessos peales e l’altra di Serrantes, e poi ingrossa dalla fonte Santumiale che è abbondantissima: e quando esce ne’ campi di Bauladu riceve il ruscello che scorre parallelo cominciando dalla fonte di Beragontu.

Presso il paese sono tra castagni le due fonti di Enesàlinu e quella di Sauccu, dalle quali formasi il rivolo che attraversa il paese, e vi riceve le acque di quattro fonti. Un maggior incremento ottiene poi dal rivoletto scorrente in una convalle ad austro, prossima al paese ed amenissima per i castagni, ciliegi e olivi, che nascea dalle fonti di Palarobìo, Ziutori, Ziubrundu, Mattafresaghe e Biadorru. Il rio Molineddu proviene dalla loro riunione nella valle di tal nome. Questo nome perdesi in Baudesias, dove esso riceve il rio di Badumela, così detto dalla convalle, già selvosa, nella quale formatosi dalle fonti Alonia, Ingialerlabru, Ispilunca, Montisupadu, Montecumida, Palopiano, Crabargios, serpeggia dando moto (come fan gli altri descritti rivoli) a macine e a gualchiere, ben osservabile nel corso, perchè ora si precipita da alte rupi, una delle quali alta più di otto metri, in certi bacini, ora largo e tacito, ora ristretto e fremente, ora frenato nel corso dalla mano dell’uomo, e deviato a umettare le terre colte. Il Baudesias entrato nel territorio di Bonarcadu, continua a muover macchine e ad innaffiare orti e giardini, donde poi scende ad irrigare la famosa vega di Milis e quindi gli orti di Sanvero, presso il quale congiungesi coll’anzidescritto rio di Badolia, e procede verso il lago di Cabras.

Altri due rivi dà la montagna lussurgiese. Uno è il rio di Messi che bagna i territorii di Scano e Sinnariolo e di Cuglieri, e gittasi nel mare di Bosa. Le sue prime origini sono dalle fonti che dicono S’ajana denasfrumiga, de sirbonis ecc. L’altro fiumicello prende principio in Elighes-batiosus, precipita con gran fragore dalle rupi della foresta di Biagiossu, traversa i campi di Pittinuri, e sbocca nel mare.

Quattro distinte foreste sono da notarsi nel lussurgiese. La più piccola che dicono Fruttighe è alla parte di levante nella regia commenda di s. Leonardo, dove dominano le quercie e i perastri; l’altra detta Spedale è a settentrione, spettante alla stessa commenda, nella quale tra le quercie sono molti soveri e bossoli; la terza appellata Montesuba ha mescolati alle quercie i lecci, i bossoli ed altre piante di minor pregio, pruni selvatici, eriche, ecc.; la quarta denominata de Biagiossu è a mezzogiorno e molto più vasta delle altre, perchè compresa in molte convalli, copiosa di lecci e variata di filiree, corbezzoli ed eriche, e nella sua estremità anche di tassi. La superficie selvosa sarà poco più che la metà dell’intera estensione territoriale.

Per l’ottima qualità della materia e l’agevolezza del trasporto, queste selve sarebbero una sorgente di lucro, se fossero custodite e si reprimesse quello spirito di distruzione che anima i pastori e i coloni lussurgiesi. I pastori per il fuoco e i vaccari per un poco di ellera, i coloni per fare alcuni istromenti agrarii, abbattono robuste quercie, e tutte le famiglie per la provvista dei così detti tronchi pel focolare mutilano la più belle piante, e le fanno svellere dalle radici, senza rispettare le nascenti.

Animali selvatici. In queste foreste s’incontrano più frequenti i daini che i cinghiali, i quali si cacciano o clamorosamente o per sorpresa. Nella grandi nevate molti studiano a questo piacere, o faticano in quest’opera, e ne distruggono un gran numero. Sono pure numerose le volpi, e nei giorni festivi dell’inverno una gran parte degli abitanti si diletta a cacciar le lepri nelle tanche alla falda de’ monti che sono intorno all’abitato, altri agitando le macchie per stanarle, altri in sulla uscita pronti a colpirle o col bastone o col fucile. Pernici, tordi, merli, colombi, tortorelle, poche quaglie, beccaccie, e beccaccini accrescono i conviti, e ad alcuni danno un considerevole guadagno.

Pesca. Si prendono ne’ sopradescritti rivi trote in estate, anguille in ogni stagione, e per lo più a secco, cioè volgendo in altra parte le acque e vuotando il gorgo (su garroppu). Il pescato si consuma tutto nel paese.

Popolazione. In Santu Lussurgiu sono famiglie 925 e anime (anno 1840) 4469 distinte in maggiori 3324, delle quali 1665 nel sesso maschile e 1659 nel femminile, e in minori di anni 20 1145, delle quali 580 nel sesso maschile e 565 nel femminile.

Le risultanze del decennio furono di annuali matrimonii 40, nascite 125, morti 65.

I lussurgiesi mangiano carni, legumi e latticinii; alcuni abusano de’ liquori.

Le malattie più frequenti sono nell’inverno e nella primavera dolori laterali, nell’estate e nell’autunno le perniciose e periodiche. Per la costumanza che hanno le donne di camminar scalze molte patiscono la clorosi e la scrofola (su mali deis ranas). Domina pure come endemica la pustola carbonchiosa, e si può affermare per certa scienza che nessuno degli indigeni ne va esente. Il popolare ed efficace rimedio di questo carbonchio è la cauterizzazione con un pezzetto di corno di cervo incandescente applicato in sul recentissimo tumore.

Vestiario. Gli uomini usano la pelliccia, il cappotto, i calzoni a campana con uose di pelle sino al dissopra del ginocchio, e stringono la vita con una cintola di cuojo larga quattro dita. Nei giorni di pompa e in tempo di lutto portano un lungo gabbano; la cocolla è cadente se non sia il secondo caso.

Le donne amano il sajo nero per le gonnelle e molte crespe alla parte posteriore, e l’adornano nella falda d’un nastro verde. Il busto suol essere di seta, il giuppone di panno verdastro o caffè, e portano come velo un fazzoletto di colore, il quale, secondo la condizione è di maggiore o minor prezzo, di seta o di cotone. Ammirasi una gran pulitezza.

Divertimenti. Nel carnovale i lussurgiesi amano il ballo in maschera e andare e correre a cavallo mascherati. Si fanno varie società, e in grandi sale si danza a molte ore della notte all’armonia delle launelle o delle cetre.

Compianto. Molti usano ancora di onorare i defunti col canto lugubre delle attitatrici.

Professioni. Sono applicati all’agricoltura uomini 525, alla pastorizia 185, a’ mestieri 85, al negozio 40. Quindi si hanno preti 26, frati 12, impiegati civili 20, maestri di scuola 1, avvocati 1, procuratori 4, notai 5, medici 1, chirurghi 1, flebotomi 1, farmacista 1, una levatrice.

Tra le altre arti fiorisce quella de’ falegnami, sia nel segare tavole, travicelli e doghe di castagno, sia in altre opere grossolane. Le botti fabbricate da’ lussurgiesi sono molto riputate, e però i paesi d’intorno si provvedono da questi artefici. Dopo i falegnami noterò i gualchierai, sempre occupati nelle venticinque e più gualchiere che si hanno ne’ rivi a sodare il sajo tessuto nel paese e in quegli altri paesi del Logudoro che mancano di comodo siffatto. Finalmente sono in Santu Lussurgiu più di 40 distillatorìe, delle quali si provvede a molti paesi.

Le donne sempre laboriose, studiano nel filare e tessere il lino e la lana, in tingere il sajo a color nero e rosso; ed è tanto il prodotto, che possono soddisfare alle molte domande che son fatte anche da’ paesi lontani. Il pettine suona continuamente in più di 300 telai.

Le famiglie possidenti sono circa 780, le nobili?… che hanno circa 50 persone.

Alla scuola primaria concorrono circa 20 fanciulli, che ciascun vede quanta parte sieno de’ 350 che sono nel paese tra gli anni 7 e 14. Nè molto si può lodare il profitto de’ medesimi per tutte quelle ragioni che il lettore può da sè pensare.

Istituzioni di beneficenza. È questo uno de’ pochissimi paesi sardi, de’ quali si possa dire qualche cosa in questo rispetto. Per legato di Mariangela Meloni-Tanchis si nomina ogni anno nel giorno della purificazione, e per sorte, una tra le orfane più povere, alla quale quando si marita dassi una dote di circa lire nuove 100. Per altro legato si dà ogni anno il premio di lire nuove 50 a quello fra gli artisti che presenterà un suo lavoro superiore in merito a quello degli altri, a giudizio di periti.

A queste istituzioni ne sarà quanto prima aggiunta una più vantaggiosa nello stabilimento delle scuole pie, cui è consacrata una cospicua eredità.

Agricoltura. Le terre lussurgiesi, come generalmente sono le montane, paiono men idonee al frumento, che all’orzo. L’ordinaria quantità che si semina è di starelli 1500 di grano, e 2400 d’orzo. Il grano nella comune non moltiplica sopra il 6, l’orzo spesso sopravanza il 12.

Sono alcuni anni, da che si è cominciata la coltivazione del grano turco, e va sempre più distendendosi, essendo molti siti utilissimi a tale specie.

Vedesi pure molto aumentata la coltura delle fave e dei fagiuoli, non così quella del lino e delle piante ortensi, sebbene siano molti terreni irrigati e che lo possono essere facilmente. Le patate trovano un terreno proprio nelle vallate, e pare che a poco si facciano comuni, e si vogliano usare, come fanno in altre regioni di montagna, nell’alimento.

Si coltivano tutte le viti che sono comuni ne’ piani arboresi, a eccezione della malvagia e della vernaccia.

Le vigne lussurgiesi sono una sorgente di lucro, non per il vino che mettasi in commercio, perchè di molto inferiore a’ vini della pianura arborese, ma per la gran copia di acquavite che distillasi e vendesi in quei paesi, ne’ quali non è ancora cessato il gusto pe’ liquori.

Un gran numero di lambicchi è sempre occupato in questa chimica. Il vino lussurgiese è leggiero, ed assai buono nell’inverno e primavera; poscia ne’ grandi calori suole inacidire.

Gli alberi fruttiferi vegetano in questa valle con gran lusso. Grandi spazi sono coperti di castagni, ciriegi e ulivi. Le castagne e ciriegie sono abbondantissime, e l’oliva non manca quasi in nessun anno, non avvenendo come nell’oliveto di Sassari e altrove, dove gli alberi dopo aver dato frutto producano solo nuove frondi. Dopo un anno di abbondanza può vedersi scarso il frutto, ma non del tutto mancante. L’olio che estrae-si non di molto sopravanza i bisogni. Il numero delle piante nelle suddette specie ed altre comuni sommerà a circa 12 mila individui.

Tanche. Un terzo di tutta la estensione territoriale è già diviso in molte parti e figure per muriccie e siepi vive. In esse si alterna la seminatura e la pastura. I lussurgiesi sono fra quelli, che meglio conoscono la utilità delle chiusure, e quanto siano più produttive le terre chiuse che aperte, o siano seminate o siano lasciate al bestiame. Le tanche sono quasi tutte nella parte piana del territorio.

Pastorizia. I lussurgiesi educano molto bestiame. Le cavalle si computano esser poco più o meno capi 450, e in gran parte domite; i cavalli circa 90; le vacche sommeranno a capi 4000, i buoi a 800, le pecore a 15000; i porci a 3000, i majali a 150; le capre sono in piccol numero perchè sono poco salutari a questa specie i pascoli molto nutrienti de’ monti prossimi. In essi abbondano i mori, e quel frutto autunnale è causa della mortalità, che allora si patisce in quella specie. Le vacche e le pecore quando torna la stagione invernale emigrano in luoghi più tepidi, nelle terre della valle arborese o nelle maremme del Sinnis.

Le malattie più frequenti nel bestiame lussurgiese sono nel cavallo e nel bue il carbonchio, nel bue e nella pecora su baddinzu (tenia hydatigena), nella pecora e nel porco il vajuolo.

Il porco è pure molto soggetto all’angina.

La presenza d’un veterinario ha giovato a’ pastori, a’ quali furono insegnati medicamenti e metodi curativi per le malattie più comuni, cui andavano soggette in questo territorio le varie specie.

Commercio. Si fa gran traffico di bestiame bovino nel Campidano e in alcuni dipartimenti settentriona

li. La lana delle pecore si lavora tutta nel paese, e non bastando per i lavori se ne introduce altra e non poca da vicini paesi. Vendonsi spesso anche capi cavallini; e siccome questi paesani sono molto periti nell’acconciare le carni porcine, però vendono con riputazione i varii salami che san fare. Anche dai formaggi vaccini e pecorini traesi gran lucro. De’ pecorini imbarcasi gran copia ne’ porti di Oristano e di Bosa.

A questi articoli aggiungendo gli altri, che provengono dall’agraria e dall’industria, si può tener certo che i lussurgiesi guadagnino annualmente circa 100 mila lire nuove.

Strade. Le vie dal paese a’ luoghi circonvicini non sono veramente migliori delle sue contrade, veri rompicolli in alcuni siti, in altri tratti aspre, difficilissime, dove il carro a grande stento può muoversi; onde che il peso che su migliori piani potrebbesi strascinare da un giogo, ne domanda quattro o cinque.

Santu Lussurgiu è attraversato dall’antica strada da Cagliari a Sassari e dista dal primo punto ore diciotto, dal secondo quindici, e poi da Cuglieri, capoluogo di provincia ore due, da Bosa cinque, e da Oristano altre cinque.

Religione. I lussurgiesi sono compresi nella diocesi di Bosa, e sono curati nello spirituale da un vicario assistito da sei vice-parochi. Delle decime tre quarti vanno all’arciprete di Bosa, che n’è il paroco abituale, l’altro serve per questi suoi sostituiti.

La chiesa principale è sotto l’invocazione di s. Pietro apostolo, di recentissima architettura. L’altra era antica di circa 208 anni, come rilevasi dalla iscrizione posta nella facciata.

Le chiese minori sono sette, delle quali sei nell’abitato e una nella campagna. Tra le prime sono la chiesa del convento e due oratorii uffiziati da confraternite, uno di santa Croce, l’altro della Vergine del Carmine, le altre tre hanno titolari, una san Giovanni Battista, l’altra santa Lucia, la terza san Sebastiano eretta per pubblico voto in tempo di pestilenza. La sesta è sotto l’invocazione di s. Giuseppe, e vedesi situata sopra un poggio a cinque minuti in distanza dal paese verso levante. Altre due confraternite sono istitute in questo paese, e i confratelli si congregano, quei della Vergine del Rosario nella chiesa del convento, e quei di Maria Addolorata in una cappella della parrocchiale. Queste e le altre due associazioni religiose hanno una sufficiente dote.

Nel convento de’ minori osservanti sogliono ordinariamente abitare 20 soggetti, che vi furono stabiliti fin dal 1473. La loro chiesa è dedicata alla Vergine degli Angeli.

Il fondatore di questo convento dicesi essere stato un tale fra Bernardino da Feltro.

A un’ora in distanza, verso settentrione, è la chiesa campestre dedicata a s. Leonardo, edificata nel medio evo, e uffiziata da’ benedettini. I beni della medesima furono in principio applicati alla religione de’ cavalieri di s. Gio. di Gerusalemme: ora formano una commenda che si denomina di s. Leonardo. I lussurgiesi hanno molta religione verso questo Santo, e in maggio vi sogliono andare molte famiglie per la sacra novena, nel qual tempo abitano in certe casipole costruttevi intorno. Un regio cappellano vi uffizia ne’ giorni festivi per comodo de’ vicini campagnuoli.

Le principali solennità sono per s. Lussorio, da cui il paese ebbe il suo nome, per s. Pietro e per s. Didaco. In quest’ultima, che tienesi per una delle principali feste del regno, e che dura quattro giorni, è gran concorso da’ prossimi dipartimenti, e anche da’ più lontani, e si celebra una fiera.

In Santu Lussurgiu fino a questi anni non esisteva alcun cemiterio, e i cadaveri si volean seppelliti o nella parrocchiale, o nella chiesa de’ frati, nelle quali pertanto sentivasi spesso una mefite così grave, che alcuni non vi potean durare in quella poca ora che dicevasi la messa. Molti desideravano che fosse eseguito l’ordine del governo, ma il popolo sempre contraddiceva per questa ragione che volean aver occasione più frequente di ricordarsi de’ suoi cari defunti e di pregare per essi. Alcuni diceano certe altre ragioni, per le quali la plebe sempre più si ostinava a non mandar fuori i cadaveri. Da che fossero mossi costoro io nol saprei.

Antichità. Nel territorio di S. Lussurgiu sono circa venti norachi, e i più in massima parte distrutti. Il più considerevole si è quello che appellano Piriccu, altri aveano una costruzione esterna con piccoli coni negli angoli.

Non si osservano in questo territorio sicuri indizii di popolazioni distrutte.

Le cose che appartengono alla storia di questo paese sono comprese nella storia del Logudoro.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Santu Lussurgiu
Febbraio: “Sa carrela ‘e nanti” - Durante il Carnevale si svolge una spericolata corsa a cavallo che vede impegnati i cavalieri Lussurgesi, in un percorso sterrato particolarmente difficoltoso.
1° domenica di Maggio: San Giovanni Bosco
2 Giugno: San Leonardo e Fiera Regionale del cavallo (nella frazione di San Leonardo).
16 Luglio: Madonna del Carmine
21 Agosto: San Lussorio, festa del Santo patrono – Riti religiosi e festeggiamenti civili che prevedono manifestazioni culturali e spettacoli folcloristici.